L’eterno sacerdozio femminino

Tre giorni fa sul New York Times è stata Maureen Dowd a dire che “Benedetto XVI è determinato a proibire che i preti prendano moglie”. E, insieme, ad auspicare una sorta di liberazione della chiesa cattolica dal Papa. Come? Attraverso l’elezione di una donna, magari di una suora, al suo posto. Un tema, quest’ultimo, già affrontato da diversi teologi seppure in forma più nobile. Ovvero non toccando direttamente la figura del Papa come ha fatto Dowd, bensì andando a cercare motivazioni teologiche a quel sacerdozio femminile mai varato nei duemila anni di storia della chiesa cattolica.
12 AGO 20
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Più recentemente, è negli anni successivi il Concilio Vaticano II che l’argomento è tornato a essere dibattuto. Viste le nuove conquiste delle donne, l’emancipazione dagli uomini fino alla parità dei sessi, c’è chi si è domandato se non fosse arrivato il tempo di ridiscutere l’intero impianto dell’ordinazione sacerdotale. Una richiesta che è riecheggiata anche in queste settimane in cui i casi di abusi su minori commessi da preti hanno guadagnato le prime pagine dei giornali: se sono gli uomini a commettere simili abusi, perché non sostituirli con delle donne?

Ratzinger ha parlato apertamente della cosa. Era il 2 marzo del 2006. Nell’aula della Benedizione il Papa incontrò il clero romano. E a domanda rispose a braccio così: “Il ministero sacerdotale dal Signore è, come sappiamo, riservato agli uomini, in quanto il ministero sacerdotale è governo nel senso profondo che, in definitiva, è il sacramento che governa la chiesa. Questo è il punto decisivo. Non è l’uomo che fa qualcosa, ma il sacerdote fedele alla sua missione governa, nel senso che è il sacramento, cioè mediante il sacramento è Cristo stesso che governa, sia tramite l’eucaristia che negli altri sacramenti, e così sempre Cristo presiede. Tuttavia, è giusto chiedersi se anche nel servizio ministeriale, nonostante il fatto che qui sacramento e carisma siano il binario unico nel quale si realizza la chiesa, non si possa offrire più spazio, più posizioni di responsabilità alle donne”.
La biblista Marinella Perroni (insegna Nuovo Testamento presso il Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma) conosce bene la posizione del Papa. E pur non parlando di sacerdozio femminile afferma che nella chiesa “una certa effervescenza attorno al tema c’è”. Dice: “Le polemiche intorno alla legittimazione del servizio liturgico del lettorato delle donne, voluta in un recente sinodo dei vescovi, va considerata uno dei tanti sintomi del disagio serpeggiante nelle chiese rispetto alla questione dei ministeri”.

Racconta Perroni: “Quando ero bambina, mi è stato accuratamente spiegato che non potevo avvicinarmi all’altare né, tanto meno, prendere in mano i vasi sacri. Oggi diverse donne, soprattutto nelle chiese latinoamericane o africane, ma silenziosamente anche in Italia, sono ‘parroche’, svolgono cioè quasi interamente il servizio pastorale in vista dell’edificazione della comunità parrocchiale alla quale il vescovo le ha destinate. Da questo punto di vista, la distanza con le chiese riformate sembra ridursi: le parroche fanno ormai quasi tutto. Su quel quasi, che investe essenzialmente i ministeri liturgici, si gioca però un intero impianto ecclesiologico, dato che la liturgia è certamente il luogo privilegiato in cui la chiesa rivela appieno se stessa, afferma e conferma la sua consapevolezza identitaria, veicola modelli di organizzazione comunitaria più eloquenti di interi trattati teologici”.

Donne quasi prete, dunque.
Un concetto che, detto così, senz’altro non piace a Benedetto XVI il quale ha sì affermato che è opportuno che le donne abbiano più responsabilità all’interno della chiesa – tema recentemente ripreso anche da Lucetta Scaraffia in prima pagina sull’Osservatore Romano – ma nel maggio del 1998, quando ancora era prefetto dell’ex Sant’Uffizio, ha pure sostenuto un’altra cosa. Aiutando Giovanni Paolo II nella stesura del motu proprio Ad teundam fidem, Ratzinger ha voluto venisse messo nero su bianco che la natura dell’assenso della fede è identica sia per le proposizioni definitorie sia che per le proposizioni definitive. Pertanto queste ultime, come è ad esempio la dottrina intorno al sacerdozio e all’ordinazione di preti, non hanno un grado di certezza inferiore alle prime. In sostanza Ratzinger voleva che tutti i teologi si impegnassero ad accogliere “fermamente” le verità proclamate “in modo definitivo” dal magistero, senza che sia necessaria una esplicita “definizione dogmatica”. In tale categoria, precisava il testo, rientra l’insegnamento pontificio sull’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini.

Massimo Camisasca è stato per anni portavoce di Comunione e liberazione in Vaticano. Poi ha fondato un gruppo di preti missionari, la Fraternità San Carlo, di cui è superiore generale. Camisasca parla della Madonna come colei a cui occorre guardare per capire chi è il cristiano, perché è in lei che “troviamo la forma di vita essenziale comune a ogni battezzato”. E’ guardando a lei che si capisce come non vi sia ragione “per cui una donna debba desiderare di diventare sacerdote”. Del resto, dice Camisasca, “Gesù stesso lo ha escluso, non per togliere qualcosa al posto delle donne nella chiesa da lui fondata, bensì per riconoscere la loro suprema dignità. La donna nella chiesa, la donna che si mette alla scuola di Maria, ha molto da insegnare ai sacerdoti. La donna infatti ha un posto di rilievo nella vita del sacerdote. Per molti preti, la madre rimane un punto di riferimento importante. Sanno che prega sempre per loro, che li ricorda, che li attende. Nei consigli pastorali accanto al sacerdote siedono spesso donne che hanno grandi responsabilità. Nelle parrocchie la presenza femminile è statisticamente maggioranza”.

Il tema della valorizzazione del ruolo della donna nella chiesa slegato dall’ordinazione sacerdotale venne toccato più volte anche da Giovanni Paolo II. I giornali diedero grande rilievo a un intervento che fece il 4 settembre del 1995 a Castel Gandolfo prima della preghiera dell’Angelus. Wojtyla disse che era sua intenzione valorizzare il genio femminile nella chiesa, seppure all’interno degli “ampi spazi che la legge della chiesa già riconosce loro”. Per maggiore precisione il Papa fece l’elenco delle cose che le donne possono fare: “Penso” disse “alla docenza teologica, alle forme consentite di ministerialità liturgica, compreso il servizio all’altare, ai consigli pastorali e amministrativi, ai sinodi diocesani e ai concili particolari, alle varie istituzioni ecclesiali, alle curie e ai tribunali ecclesiastici, a tante attività pastorali, fino alle nuove forme di partecipazione nella cura delle parrocchie, in caso di penuria del clero, salvo i compiti puramente sacerdotali”.

E’ nel “Sale della terra” (un colloquio con Peter Seewald) che Ratzinger dice parole importanti intorno all’ipotesi del sacerdozio femminile. Lo fa citando una diagnosi fatta da Elisabeth Schüssler Fiorenza, una delle “femministe cattoliche più importanti”. Tedesca, Schüssler Fiorenza ha studiato esegesi a Monaco. In passato ha partecipato in modo convinto alla lotta in favore dell’ordinazione delle donne. Ma poi cambiò idea e iniziò a dire altro. Spiega Ratzinger: “L’esperienza dei sacerdoti-donna nella chiesa anglicana l’ha portata a concludere che ‘ordination is not a solution’, che l’ordinazione sacerdotale non è una soluzione, non è quello che volevano. Ella ne spiega anche il motivo: ‘ordination is subordination’, l’ordinazione significa subordinazione”, mentre “un inserimento organico e dipendenza è proprio ciò che non vogliamo”. Dice Ratzinger: “Si tratta davvero di una diagnosi perfetta. Entrare in ‘ordo’ significa sempre entrare in un rapporto di inserimento organico e di dipendenza”. Per Ratzinger il punto cruciale è uno ed è dato dalla domanda: che cosa è il sacerdote? Qual è la sua identità?”.